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Come finirà? L′ultima chance del debito pubblico

Autore: Jacques Attali

Editore: Fazi editore

Prezzo: 17,50

Voto:


Viviamo una situazione incredibile. A causa della crisi, il debito pubblico dei paesi occidentali è ai livelli che raggiunse alla fine della prima guerra mondiale. A pagarne le conseguenze sono (e saranno) solo i contribuenti. Le banche, vere responsabili del default, continuano a nasconderci la verità sui loro conti. Intanto i ricchi vivono alle spalle dei poveri. I lavoratori dei paesi emergenti dedicano buona parte dei loro salari per stipendiare noi, che guadagniamo dieci volte più di loro. Ma, soprattutto, nessuno vuole realmente sapere a quanto ammontano i debiti degli Stati, perché, in ogni caso, non si saprebbe cosa fare. Tutto, insomma, «si sta disponendo in modo da far presagire un nuovo disastro».

In questo libro – best seller in FranciaJacques Attali prova ad immaginare il futuro dell’economia del mondo, considerando il debito pubblico come il problema-chiave. Anche se la teoria economica è lacunosa, l’autore ricava alcune certezze dalla storia del debito sovrano degli ultimi mille anni. Sappiamo, egli dice, che: 1) il debito pubblico pesa inevitabilmente sulle generazioni a venire; 2) se finanzia gli investimenti può essere utile alla crescita, ma prepara eventi drammatici se sostiene la spesa corrente; 3) costituisce inoltre senza scampo una sottomissione dei governi ai mercati: chi finanzia il debito dei sovrani dominanti si candida infatti a sostituirli; 4) tende naturalmente ad aumentare se lo Stato non interviene tagliando la spesa o aumentando le tasse; 5) è più sostenibile se è finanziato dal risparmio interno; 6) i debitori assoggettano i creditori tanto quanto questi credono di tenere in pugno i primi; 7) non esistono indici standardizzati oltre i quali è certo il fallimento degli Stati: più di qualsiasi dato, conta la fiducia dei mercati; 8) il riassorbimento del debito sovrano ha otto possibili esiti, tra questi quasi sempre c’è l’inflazione; 9) il debito pubblico è quasi sempre sottovalutato da chi lo contrae; 10) per governarlo è necessario conoscerlo e farlo conoscere, controllarlo, scaglionarlo e limitare gli investimenti alle effettive capacità di rimborso.


A partire da questi punti fermi, Come finirà? prova a disegnare i probabili scenari. Quelli più disastrosi, per Attali, non sono così lontani come si crede. A suo dire, un ulteriore eccesso di indebitamento porterebbe presto al fallimento dell’euro. I primi a saltare sarebbero la Grecia, il Portogallo e la Spagna. Subito appresso la Gran Bretagna. Tornerebbe in auge il protezionismo e ci sarebbe una nuova lunga recessione. Anche il dollaro perderà di credibilità, schiacciato da un debito pubblico cresciuto a velocità vertiginosa. A questo punto il creditore sarà ancora una volta vittima del debitore: l’Asia e la Cina in particolare, che hanno investito la maggior parte delle loro riserve nelle valute occidentali, crolleranno sotto il peso di un’inflazione mondiale galoppante. 
Lo stesso autore ammette tuttavia che le previsioni in questo campo sono difficili. Troppo ampi i limiti della scienza economica nel distinguere tra debito pubblico “buono” e “cattivo”.  Non si può comunque negare che «siamo entrati in una zona pericolosa, dove i governi e il mercato si osservano, chiedendosi chi dei due sparerà per primo».     

Un intero capitolo, nell’edizione italiana, è dedicato al futuro del nostro Paese, che, in rapporto al Pil, ha il terzo debito più alto del mondo tra i paesi sviluppati. Le prospettive sono cupe: il 70% del nostro debito è finanziato da stranieri e l’Italia non può neanche più ricorrere alla svalutazione della moneta per innescare la crescita. Che fare dunque? Per uscire dalla crisi dobbiamo, secondo Attali, ridefinire in fretta il nostro modello sociale, dando più spazio al privato e destinando allo Stato il ruolo di «riassicuratore di ultima istanza», che si riserva di intervenire nei servizi pubblici soltanto in caso di fallimento o di inosservanza del contratto da parte dei concessionari. Senza cedere alle illusioni della decrescita, che peggiorebbe il peso del debito sovrano, il governo italiano dovrebbe dividere il proprio bilancio in tre sezioni distinte: una per la spesa corrente, una in cui accumulare un deposito risarcitorio per i danni che causiamo alle generazioni future, ed una, infine, per istituire un fondo di investimenti nazionali che finanzi le spese pubbliche di cui gioveranno anche i posteri.   

La cosa senz’altro originale è che tra gli assi prioritari d’investimento Attali include, oltre ai temi generalmente più cari alla destra (infrastrutture e sicurezza) e alla sinistra (ricerca, istruzione, immigrazione e ambiente), anche la «gratuità». E spiega: «per ridurre la dinamica delle spese pubbliche, lo Stato italiano dovrà anche favorire, con investimenti per lo meno fiscali, la costituzione di imprese senza scopo di lucro di ogni natura, aventi come obiettivo quello di fornire gratuitamente, in termini di puro altruismo, servizi pubblici. Dovrà sviluppare la democrazia partecipativa, organizzare spazi urbani e virtuali perché chi ha voglia di rendersi utile e di garantire servizi al di fuori della spesa pubblica possa incontrarsi».

Renato Incitti

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