Storie · Reportage
Cartavetrata
La vita dentro tre buste. Un’estate di visite al dormitorio di Cisterna di Latina, tra le persone che ci dormono e quelle che lo tengono aperto: le loro notti, le loro storie, i loro nomi.
2 minuti
La vita dentro tre buste
«Ci prendiamo due minuti per “decomprimere”?», mi dice Angelo non appena usciamo dal grigio stabile vagamente brutalista che ospita il dormitorio del Distretto Socio-Sanitario Lt1 a Cisterna di Latina, 15 chilometri dal capoluogo pontino. È una struttura intercomunale che ospita persone senza fissa dimora, dando loro un letto, un tetto, qualcosa da mangiare e calore umano. Quando varchi le porte del dormitorio hai l’impressione di finire in un’altra dimensione spazio-temporale, in cui tutto quello che la maggior parte di noi tende a dare per scontato – una casa, una doccia, un pasto caldo – è invece una conquista; o, nel peggiore dei casi, un miraggio.

«Ognuno ha la sua storia»Lamine, operatore
L’appuntamento con Paola e Ilaria, la coordinatrice e l’assistente sociale che gestiscono il dormitorio, è intorno alle 8, quando la struttura apre agli ospiti. Angelo e io arriviamo con largo anticipo, mentre il sole sta ancora tramontando sul piazzale antistante la struttura; non troppo lontano, si sentono le grida che provengono da un campo di calcio, dove è in corso una partita tra bambini; dal lato opposto si sente lo stridore dei freni di un treno. Attorno a noi, la tipica desolazione di una periferia urbana. Per qualche motivo penso alla Waste Land, la terra desolata del poema di Eliot. Angelo scatta qualche foto, approfittando dell’ultimo sole che gioca a nascondino, tingendo le nuvole di arancione; un tocco di colore che non guasta, ma che appare quasi fuori luogo nel grigiore generale della zona. Davanti al cancelletto del dormitorio, tre uomini attendono di poter entrare. Passeggiano avanti e indietro, scambiano due chiacchiere, ci rivolgono qualche occhiata incuriosita da lontano.
Quando vengono fatti entrare, ci avviciniamo anche noi all’ingresso e suoniamo il citofono: un ragazzo nero si affaccia. «Ciao, abbiamo appuntamento con Paola», dice Angelo. «Prego, salite!». Facciamo così la conoscenza di Lamine («Come Yamal», aggiunge con un sorriso timido), uno dei quattro operatori che lavorano lì, alternandosi ogni notte per dare assistenza agli ospiti e al tempo stesso vigilare che non ci siano problemi. Perché i problemi, a volte, ci sono eccome. «In precedenza – ci racconta Lamine – ho lavorato al centro per l’emergenza freddo e all’accoglienza notturna di Latina e vi assicuro che qui, in confronto, è niente: a Cisterna c’è una situazione piuttosto tranquilla, mentre lì ne ho viste di ogni tipo».

La struttura è al primo piano, fuori c’è un ballatoio. Con Angelo passeggiamo avanti e indietro. Una porta-finestra ci offre uno scorcio sullo stanzone dove gli ospiti dormono. Sulle quattro pareti sono sistemati dieci letti. Su molti riposano delle borse da spesa piene di abiti. Due, massimo tre buste, possono bastare per tirarsi dietro tutta una vita?
Quando arrivano Paola e Ilaria, abbiamo già fatto conoscenza con buona parte degli ospiti: niente di che, giusto una stretta di mano e una presentazione con Alberto, Giuseppe, Karim, Ismael, Friday e Gabriele. Le aiutiamo a scaricare la macchina: casse d’acqua e di succhi di frutta, merendine, patatine e un paio di crostate confezionate: quel tanto che serve per permetterci di sederci tutti attorno a un tavolo rotondo per fare un po’ di conversazione.
Ed è proprio quello che facciamo: chiacchieriamo, non senza qualche silenzio imbarazzato che è fisiologico in una situazione del genere; Angelo e io ci presentiamo brevemente, spiegando che siamo lì per un reportage per il nostro sito, quindi facciamo qualche domanda, muovendoci con cauti passi lungo i confini della loro privacy. Nel giro di qualche minuto l’atmosfera si scioglie, e in generale nelle nostre visite successive troveremo un’atmosfera decisamente più informale.
La boxe
Io non tifo, così vinco sempre

«Io non tifo nessuna squadra… così vinco sempre». È questa la filosofia di Gabriele, venticinque anni, barba lunga ma curata: indossa una maglietta rossa con la scritta “ALCOOL” e gli si illuminano gli occhi quando parla della boxe. «Una volta la praticavo – dice – ora m’alleno per strada. Ma non è la stessa cosa». Ha lasciato la casa dei genitori e ha passato un intero inverno come un clochard, dormendo per strada, finché Paola e Ilaria sono riuscite a vincere la sua diffidenza e lo hanno “agganciato” (come si dice nel gergo), facendolo entrare nel dormitorio.
«So’ stanco – spiega Gabriele – perché sto in piedi dalle 5: da tre giorni lavoro in macelleria. Preparo le salcicce, i fegatelli…». Il suo lavoro, però, dura soltanto poche settimane: nel giro di un mese viene mandato via, perché «non è portato» secondo il proprietario del negozio.
Quando domandiamo a Gabriele come mai abbia preferito vivere per la strada piuttosto che rimanere in casa dei genitori, è vago: «Non andiamo tanto d’accordo, sono persone molto diverse da me caratterialmente. Sentivo il peso di dipendere da loro, poi con mia madre litigavo spesso, perché è una persona molto opprimente».
Il discorso torna sulla boxe anche durante una nostra successiva visita: «La passione me l’ha trasmessa il mio patrigno, che boxava a buoni livelli – racconta Gabriele – Ma mia madre era contraria a farmi gareggiare: diceva che era pericoloso, che aveva paura per me. Poi purtroppo ho dovuto smette’ perché mi so’ fratturato l’orbita oculare: io qua – dice toccandosi lo zigomo destro, proprio sotto l’occhio – c’ho una rete in titanio, quindi ovviamente non posso boxare». «Ma è successo per un colpo durante un incontro?». Lui sorride e arrossisce: «Macchè! Magari! Almeno sarebbe stata una cosa d’effetto da raccontà… Invece la verità è che so’ caduto dal letto a castello. Ero sopra, ma la branda non era stata fissata bene: un giorno mi sono sporto per cercare di prendere una cosa e il letto è crollato. All’inizio non me so’ accorto di quanto fosse grave. Poi, a tavola, quando ho morso il pane ho sentito come uno scricchiolio nel punto tra l’arcata sopraccigliare e la tempia. Allora so’ andato in ospedale, m’hanno fatto una radiografia e si so’ accorti che c’era questa frattura. Mi hanno messo la rete in titanio e il medico m’ha detto che la boxe sarebbe stata troppo pericolosa…».
«Peccato, magari avrei potuto diventa’ qualcuno.
O magari no, chi lo sa?»
Gabriele, 25 anni
Purtroppo, nelle visite successive non abbiamo molte occasioni di parlare con lui: appare elettrico e su di giri. Ilaria e Paola, che lo conoscono bene, ci spiegano che sta seguendo una cura farmacologica per i suoi problemi psichiatrici: «Sente delle voci nella sua testa – racconta Paola – che gli dicono di fare delle cose, e vai a capire cosa. Spesso questo lo porta a uno stato di paranoia, quindi non è facile gestirlo».
Su Gabriele, più avanti, è ancora Paola a tenerci aggiornati: ci manda un vocale.
Obbligo di firma
Quando il sogno è una vita normale

«Sarei disposto a fare qualsiasi cosa»Karim, 23 anni
Karim è poco più piccolo di Gabriele: ha ventitré anni, è tunisino e da otto mesi circa è ospite del dormitorio. Prima stava a Roma, ma poi si è trasferito qui perché ha uno zio che vive in zona e perché della capitale si era stufato. «Dopo un po’ mi rompo: ogni tanto devo cambiare», dice. Anche perché la sua ultima residenza romana è stata il carcere di Regina Coeli, dove ha trascorso un anno e due mesi. «Mi hanno trovato con un chilo di fumo e mi hanno condannato a due anni. Poi sono uscito con sospensione della pena: ora faccio il bravo, perché in carcere non voglio tornarci. Il carcere è una merda». Il problema è il lavoro: Karim ha l’obbligo di firma, ogni giorno deve recarsi alla stazione di polizia tra le 11 e le 13, e questo rende difficile la ricerca di un impiego. «Io ho fatto il corso da barbiere, ma sarei disposto a fare qualsiasi cosa. Solo che non è facile, quando nessuno ti dà una mano». Quest’ultima frase ci colpisce come uno schiaffo dritto in faccia. Ce la porteremo dietro per diverse settimane.
Karim rappresenta alla perfezione quanto detto da Davide, un altro degli operatori del dormitorio: «Queste persone, nella maggior parte dei casi, sono arrabbiate dalla vita». Il perché è facile da comprendere: se non hai una casa, se tutta la tua famiglia vive a migliaia di chilometri di distanza e se a 23 anni hai passato buona parte della vita tra centri accoglienza, carcere e dormitorio, è difficile essere positivi.
Karim conosce le varie regioni italiane esclusivamente in relazione alle case-famiglia e alle carceri. Quando gli spiego che la Ciociaria è vicina all’Abruzzo, per esempio, lui ci pensa e fa: «Abruzzo… Puglia?». «No, la Puglia è un’altra regione – gli spiego – In Abruzzo c’è L’Aquila». Allora il suo volto si accende: «Ahhh, L’Aquila! 41 bis! 41 bis!». Ha ragione: la Casa circondariale de L’Aquila è famosa soprattutto perché ospita molti mafiosi condannati al carcere duro. La sua topografia di Roma stessa si basa sulla presenza di strutture del genere. «Vivevo a Centocelle – dice – Lì ci sono molti centri accoglienza e case-famiglia». Quando nomino il quartiere di San Lorenzo, dice solo tre parole nel suo italiano veloce: «Tram, Porta Maggiore, Caritas».



Karim sta sempre insieme ad Ismael, suo connazionale ventisettenne con una gran matta di capelli neri riccissimi, che spesso tiene legati stretti in una crocchia. È un aspirante rapper, anche lui ha fatto il corso da barbiere, ma deve accontentarsi di lavorare – di tanto in tanto – nei campi, a raccogliere la frutta. «Sono tre giorni che non mi prendono», dice, con una scrollata di spalle rassegnata. Ismael è solo uno dei tanti ragazzi migranti vittime del caporalato: ogni giorno vanno in cerca di lavoro, ma non sempre lo trovano. E, se lo trovano, «pochi soldi, pochissimi», mi dice scrollando le spalle. Me lo racconta anche Abubacarr, un altro ragazzo poco più che ventenne ospite del dormitorio: «Yesterday I worked, but not today. Let’s hope for tomorrow», mi dice. Questa è la vita di molti di questi ragazzi, soprattutto quelli stranieri: ti alzi la mattina, intorno alle 5, ed esci, nella speranza che quel giorno verrai ingaggiato. Sfidi il freddo, il caldo atroce, la pioggia, ma senza alcun tipo di certezza.
Sempre a cammina’
A pochi stipendi di distanza da te

«Sto sempre a cammina’…»Sandro, 58 anni
Le cose cambiano in fretta, tra una visita e l’altra: nel giro di una o due settimane capita che alcuni ospiti se ne vadano, a volte perché trovano un’altra sistemazione, a volte perché contravvengono al regolamento che hanno firmato al momento del loro ingresso. Ecco dunque che, alla nostra terza visita, facciamo la conoscenza di Sandro, cinquantottenne di Aprilia, che cammina con una stampella e poggia a malapena la gamba destra. Fuma una sigaretta sul ballatoio mentre il sole tramonta dietro la tribunetta del campo da calcio, gettando la sua luce arancione sulla facciata ingrigita dal tempo del dormitorio. Siccome è cordiale e sembra ben disposto a raccontarci la sua storia, gli facciamo molte domande. «Sono caduto dalla bicicletta: niente di rotto, ma ho preso una forte contusione all’anca e ora sento un gran dolore qui», si tocca l’inguine. «Il dottore mi ha detto che devo stare a riposo completo, ma è ‘na parola…».
Ci racconta che stava lavorando (in nero) in una pompa di benzina e che alloggiava in un camper messogli a disposizione da un conoscente: quando però si è infortunato e non è riuscito a lavorare, non ha potuto pagare l’affitto del camper ed è stato messo alla porta. Mentre ne parla, Sandro sembra quasi giustificare l’uomo: «Lui mi stava facendo una cortesia, poi giustamente…». Si è fatto male il 2 maggio, e per oltre due settimane ha dormito al pronto soccorso di Aprilia: «Ma perché – ci chiede – lì non c’è un dormitorio come questo?». In realtà, ad Aprilia ci sono altre soluzioni abitative di emergenza e sta per partire anche un nuovo dormitorio. Ma sarebbe troppo lunga da spiegare, quindi ci limitiamo a stringerci nelle spalle e a scuotere la testa. «Quindi – gli chiedo – sei arrivato qui da poco?». «Due giorni: mi sono arrangiato per un po’ al pronto soccorso. Il problema è che non riesco a guarire, perché dovrei stare a riposo assoluto, ma come faccio? Qui alle 7 devo uscire, cammino fino alla stazione, prendo il treno e vado ad Aprilia, poi la sera torno indietro. Sto sempre a cammina’…».
Gli chiedo se ha dei familiari: «I miei genitori sono morti. Ho un fratello che vive in Germania, ma non ci parliamo da quindici anni: abbiamo litigato per questioni di spartizione dell’eredità e da allora non abbiamo più rapporti. Lui ha pure due figli, ma non li vedo da quindici anni: ormai so’ grandi, ma chi li conosce?». Non ho il coraggio di chiedergli se abbia mai pensato a provare a riallacciare i rapporti con il fratello, ma Sandro sembra leggermi nel pensiero e aggiunge: «Lui non sa che sto qui. E io non glielo direi mai: me vergogno troppo». Nonostante il buio, vedo i suoi occhi lucidi scintillare, e la voce gli si incrina quando ripete: «Me vergogno». Per la prima volta sento un autentico groppo in gola: stavolta non si tratta soltanto di uno stato d’animo, ma di una sensazione fisica vera e propria. «Qui non hai nessuno?», gli chiedo. «Sì, ho dei parenti – mi spiega lui – ma a loro non interessa niente di me. Ho una zia che conosce la mia situazione, sa che io sto qui, ma non le importa».
Quando Sandro torna dentro, restiamo per qualche minuto in silenzio, quasi avessimo bisogno di lasciar sedimentare il suo racconto. «Certo che è incredibile – riflette Angelo – il livello di disperazione di queste persone. Voglio dire, se io per qualche ragione dovessi ritrovarmi senza casa, avrei decine di altre soluzioni intermedie, prima di pensare a un dormitorio. Ho parenti e amici che sarebbero disposti a ospitarmi a tempo indeterminato, altri amici meno stretti che mi accoglierebbero senza problemi anche solo per qualche giorno. E alle brutte avrei comunque la disponibilità economica per prendere una stanza in un albergo o in una pensione per una settimana o due. Insomma – conclude col suo tono pacato ma pieno di enfasi – avrei un’infinità di alternative, prima di venire a bussare qua». Questa sua riflessione mi fa tornare alla mente dei versi scritti da Tom Waits, che nella sua raccolta di brevi poesie Seeds on hard ground parla proprio di chi non ha una casa e si ritrova costretto a vivere per strada:
Loro sono quelli che sono stati potati
E raccolti e gettati nel fuoco.
Sono quelli che stanno in piedi sotto la pioggia
E quelli che sotto la pioggia dormono.
Alcuni sono solo a pochi stipendi
Di distanza da te.
Sono i semi sulla terra dura.
Tom Waits, “Seeds on hard ground”
Hurk
Prima o poi me ne vado in montagna

«Io me chiamo Alberto, ma lo sai qual è er secondo nome mio? Hurk. Tiè, senti che stretta che c’ho!» E in effetti la stretta di Alberto sembra una morsa: ha braccia possenti e un ventre sferico, ma all’apparenza sodo, indossa una polo a maniche corte ma in testa ha un cappellino di lana decisamente troppo piccolo, che a malapena gli copre il cranio pelato. Ha un orecchino con un pendente a forma di croce, ai piedi delle ciabatte a fascia, e fuma una sigaretta dietro l’altra. È lui ad attaccare bottone, all’inizio della nostra prima visita, e nel giro di pochi minuti ci mette praticamente all’angolo con la sua loquacità.
«So’ uscito da poco, a marzo, e ‘ndò vòi che vado? – dice con un sorriso amaro – C’ho mi’ madre e due fratelli, ma loro c’hanno la vita loro». In verità, conosciamo già una parte della sua storia, perché Alberto è – suo malgrado – una celebrità: negli anni Novanta è stato ritenuto responsabile, e condannato nei tre gradi di giudizio, per un omicidio di estrema violenza. Alberto, che all’epoca aveva 30 anni, si è sempre dichiarato innocente. «M’hanno trovato delle tracce di sangue addosso, sui pantaloni – ci spiega – ma mica so’ stato io». Uscito dal carcere, dopo oltre vent’anni di reclusione, è stato poi condannato per stalking aggravato e minacce ai danni dell’ex marito della sua compagna. «Ma io me sarei dovuto sposa’ la settimana dopo, te pare che vado a fa’ ‘na cosa del genere? Hanno detto che ho dato una testata alla mia compagna, ma mica so’ uno che mena le donne! Le avevo chiesto de sposamme davanti alla tomba de mi’ padre… poi de punto in bianco me trovo le guardie che me mettono i bracciali. E me so’ fatto altri due anni».

Angelo solleva un dubbio: «Scusa, ma la tua compagna, in tutto questo?». «Eh, lei m’hanno detto che dopo du’ settimane stava un’altra volta insieme a quello, che passeggiavano tranquilli pe’ la strada…». «Ma la comunità come ha reagito? Che rapporti hai con le persone del posto?». Lui si stringe nelle spalle, quasi non capisse il senso della domanda: «Me pare che me salutano tutti…». Alberto ama parlare di sé, e alterna momenti di grande serietà ad altri di goliardica guasconeria; la voce gli si incrina un po’ soltanto quando ci racconta la sua giornata tipo: «Alle 8 esco da qua, me vedo co’ ‘n amico, ci prendiamo un caffè, fumamo qualche sigaretta, famo due chiacchiere. Vorrei lavora’, so’ uno che non riesce a sta’ co’ le mani in mano, me devo da’ da fa’. Infatti ogni tanto me metto qua – indica il piazzale davanti al dormitorio – e do ‘na bella pulita. Se me dicessero d’annà da qualche parte, pure a 400 chilometri da qua, a fa’ er custode… Me basta che me danno ‘na casetta, pure ‘na baracca: io sarei la persona più felice del mondo». Quando Gaetano, un altro ospite, esce per fumare una sigaretta, Alberto aggiunge: «Prima o poi ce ne andiamo co’ Gaetano in montagna, a lavorare da qualche parte». L’altro non conferma, né lo contraddice: si limita a fumare in silenzio, con i suoi occhi a fessura da pistolero. Paola e Ilaria, del resto, ci avevano avvisato: «Bisogna vedere quanto c’è di vero in quello che vi raccontano: di certo alcune cose sono realmente accadute loro, ma altre le inventano di sana pianta».

Mi chiedo se, anche dietro questo comportamento, non si nasconda in fondo un altro meccanismo di sopravvivenza: quando ti senti escluso, sognare e inventarsi un’altra vita è tutto ciò che puoi fare. Se non altro perché non costa niente.
Visita dopo visita, Alberto esce pian piano dai nostri radar, anche perché nel corso delle settimane Paola e Ilaria hanno diversi problemi con lui. Prima pretende un letto a una piazza e mezza, poi si lamenta per l’aria condizionata che – a suo dire – sarebbe puntata proprio su di lui. Arriva persino a minacciarle, ma loro non si fanno di certo intimorire: anzi, non cedono e gli fanno capire che non è lui a dettare legge lì dentro.
Morale della favola: prima di una nuova visita, Paola ci invia un vocale in cui ci racconta la novità: «Giusto per avvisarvi: ci sono stati dei problemi con Alberto, che è arrivato anche a minacciarci in maniera pesante. Ora lui se n’è andato dal dormitorio, ma dorme sotto il gazebo lì di fronte alla nostra struttura. Mi sembrava giusto dirvelo». In effetti, quando arriviamo al dormitorio, vediamo che dall’altro lato del piazzale c’è un gruppetto di 4-5 persone, e una di loro è proprio Alberto. Resta lì, sotto quel gazebo, seduto su una sedia pieghevole, per buona parte della serata, quasi come un Cerbero a guardia dell’inferno, finché una macchina non passa a prenderlo, dopo le 10, conducendolo chissà dove nella notte.
amo mamma
La gente te guarda storto

Per un Alberto che esce, c’è un Cesare che entra: in questo senso, le porte del dormitorio di Cisterna di Latina sono delle porte girevoli, mai chiuse del tutto. Tra le 20 e le 21 gli ospiti arrivano alla spicciolata, suonando il citofono. «Pare de stà a Porta a Porta!», dice Paola ridendo. Lei e Ilaria hanno una capacità di sdrammatizzare e di entrare in empatia con gli ospiti data da anni di studio, ma soprattutto di esperienza sul campo: sanno come rapportarsi con quegli uomini che in alcuni casi sono loro coetanei, in altri hanno l’età dei loro padri o dei loro nonni; scherzano con loro e li stuzzicano in maniera bonaria proprio come si fa con gli amici o con i parenti, e non perdono mai la calma.
È Paola a raccontarci un po’ della storia di Cesare: «È un collaboratore di giustizia – ci spiega Ilaria, che sembra finalmente aver vinto la timidezza nei nostri confronti e appare più a suo agio – che faceva parte di un’associazione criminale: dopo essersi pentito, ha vissuto altrove, sotto falsa identità». Scopriamo quindi che Cisterna – e in generale l’intero Distretto – è terra di mafie: ‘ndrangheta, camorra e cosa nostra convivono sul territorio. Il traffico di droga, ovviamente, la fa da padrone, ma le attività criminose sono tante e tali da risultare di difficile mappatura.
Cesare, circa settant’anni, capelli sale e pepe piuttosto lunghi pettinati all’indietro, ha ben pochi denti in bocca e un volto butterato che il più becero degli stereotipi attribuirebbe a un ex galeotto: lui in carcere c’è stato davvero, e per tanto tempo, come testimonia uno dei suoi tatuaggi. Su un avambraccio ha cinque punti. Sono un simbolo: quattro formano un quadrato, che è la cella; al centro, il quinto punto è il detenuto. Poco più su, ce n’è un altro:

Sull’altro avambraccio, un volto femminile che ricorda vagamente Cleopatra. In prossimità della spalla destra, un’altra donna che potrebbe sembrare una squaw, con una treccia e una cordicella sulla fronte. E poi un pugnale, l’immancabile cuore trafitto da una freccia di Cupido, qualche altra scritta («CA: che sarebbe il nome mio») e abbozzi di disegni mai terminati, come se le sue braccia fossero un foglio di carta su cui qualcuno ha testato una penna e le proprie doti di disegnatore. «Me li sono fatti da solo», dice. Parla di corsa, quasi buttando via le parole, e annuisce di continuo quando Paola e Ilaria gli dicono qualcosa.
Cesare è nato in mare, a bordo di una nave che stava portando i suoi genitori – entrambi italiani – in Tunisia. «Erano più vicini all’Africa che all’Italia, infatti io risulto nato in Tunisia. Peccato che non me ricordo il panorama!», racconta a Karim. Il ragazzo è stupito, quasi non ci crede: «Davvero?». «Sisì! Sisì!», ripete Cesare, annuendo con convinzione. Karim, che dalla Tunisia è andato via a quindici anni, lasciando lì l’intera famiglia, sorride perplesso, come se temesse di essere preso in giro. I tatuaggi di Cesare diventano per un po’ il principale argomento di conversazione: «Piano piano li sto togliendo. Qui – spiega indicando la parte superiore del braccio destro – avevo un’altra donna, ma me la so’ tolta. Indovina co’ che l’ho tolta? Ehh, ho sofferto…». Col laser, penserebbe qualsiasi comune mortale. Invece no:
Registrato al dormitorio
Cesare. È da qui che questa storia prende il nome.
- CQuesti sono i 5 punti della malavita.
- AI cinque?
- IPunti della malavita.
- CChe me li tolgo mo,
- Ccome mi so’ tolto questo.
- CL’hai visto questo?
- PChe ti sei fatto?
- CQuesto qua me lo so’ tolto. Lo vedi?
- PChe c’era là?
- ISei uscito e ho fatto a lei:
- Ima lui è stato in galera?
- IPerché c’ha il tatuaggio sul braccio
- Iche è quello che identifica…
- CGuarda qua, me lo so’ tolto.
- PE che c’avevi là?
- CUna donna, e me la so’ tolta.
- CIndovina con che l’ho tolto?
- CPerò ho sofferto: con la carta vetrata.
- IMadre santa…
- AVeramente?
- CHo fatto, ho scartavetrato,
- Cfino a che non usciva il sangue…
- CL’ho fatto seccare per un paio di mesi
- Cma non ce la levavo io la crosta,
- Cla facevo levà da sola.
- CE alla fine, ecco qua!
- ITi si rigenera la pelle nuova.
- CEh, e mi è ritornata la pelle normale,
- Cperò non l’ho tolta io,
- Cperché se la toglievo io, mi rimaneva il segno.
«Se la toglievo io, me rimaneva il segno, capito? Mò piano piano tolgo questo, questo, questo e me ritorna la pelle bianca». Ne notiamo un altro, perché sembrano spuntare fuori dal nulla:
«Il problema co’ ‘sti tatuaggi – dice Cesare – è che poi la gente te guarda storto». Gli facciamo tutti presente che i tempi sono cambiati, e che anzi oggi quasi tutti ne hanno uno. «Ehh sì, però tu che sei così pulita – dice lui a Ilaria – prova a fartene uno che se vede, prova a fatte tutto il braccio… poi vedi come te guarda la gente». «Eh, ma io so’ figlia de nobildonna», conclude Ilaria con una risata.
Invisibili
Il potere di Lupin e di una polaroid

Durante le nostre prime visite, non riusciamo a entrare in contatto con Bruno: frequenta la scuola serale, perciò arriva più tardi rispetto agli altri (ben oltre le 21) ed è spesso stanco e scontroso, o comunque poco propenso al dialogo. Eppure, Paola e Ilaria ce lo raccontano non solo come un gran chiacchierone, ma anche come una personalità estremamente profonda e sensibile. Lo testimonia la poesia che Bruno ha scritto sulla sua esperienza; le ragazze ce ne regalano una copia con orgoglio:
Se alla fine riusciamo a conoscerlo, il merito è di Angelo, che porta una mini-stampante digitale per foto Polaroid. «Così gli scatto dei ritratti, li stampiamo e glieli regaliamo». Mentre montiamo le luci per il set, alcuni ci guardano con sospetto: Karim dice che non intende farsi fotografare («Non me ne frega niente»), ma si vede che è pronto a cambiare idea. Lo stesso Alberto si dice contrario. Ma alla fine, quando Angelo riesce a convincere il primo ospite a farsi immortalare, anche negli altri scatta una scintilla: nel giro di pochi minuti, tutti vogliono una foto. Da soli, oppure a coppie, o con gli operatori.





Anche quel giorno Bruno torna al dormitorio scuro in volto e con poca voglia di intrattenersi con noi, ma a piazzare il colpo da campione è Davide, uno degli operatori. «Tomma’, oggi i ragazzi vorrebbero scattarti delle foto, le stanno facendo a tutti». Lui, da dietro le sue lenti spesse, mi guarda con un pizzico di sospetto, poi risponde a Davide: «Sono stato tutto il giorno a spostare due quintali di legna. Poi sono stato a scuola. Oggi. Le foto. Proprio. No.» conclude, scandendo l’ultima frase parola per parola. L’operatore non demorde: «Ha, che peccato! Perché le stanno anche stampando e a ognuno regalano una Polaroid con il suo ritratto…». Bruno non sembra intenzionato ad arrendersi: «Eh vabbè, pazienza, vorrà dì che io non c’avrò la foto mia». Ed è qui che Davide marca la differenza: quando chiunque avrebbe desistito, lui dimostra di sapere alla perfezione come interagire con ogni singolo ospite del dormitorio; sa quando e con chi lasciar perdere e sa quando e con chi insistere. Con Bruno insiste, ma lo fa con una giocata da maestro: «Ma io volevo una foto con te…», dice, dispiaciuto.
A quel punto il copione cambia: Bruno sospira, è a un passo dal capitolare. Allora Davide conclude: «Dai, ci facciamo una foto io, te e Lamine». «E va bene, dai! – concede Bruno – Ma prima devo darmi una lavata e cambiarmi: non posso mica fare le foto così». Indossa una felpa verde bottiglia con una stampa di Lupin. «Invece lo sai che è proprio bella ‘sta felpa?», gli dice Davide. Ormai Bruno si è sciolto, le nubi che adombravano la sua espressione quando è arrivato sono svanite: si lancia in un monologo su Lupin, di cui è grande fan, e io e Davide fatichiamo a stargli dietro, ma annuiamo entusiasti e buttiamo lì qualche monosillabo per educazione. Fatto sta che, nel giro di una mezz’ora, Bruno si è cambiato e posa davanti all’obiettivo di Angelo con l’atteggiamento di una rockstar durante un servizio fotografico di Rolling Stone. Missione compiuta.
Veicolo avariato
L’insana voglia di continuare a raccontare

Il continuo viavai di persone, che a volte si fermano soltanto per qualche notte oppure – come Karim e Gabriele – se ne vanno per poi tornare, contribuisce a un’atmosfera di precarietà difficile da sostenere: è ovunque, dalla piccola scarpiera all’ingresso all’armadio improvvisato, nient’altro che uno scaffale senza sportelli, con soltanto una tendina a coprire i panni accatastati. «Sono tutte donazioni di privati», spiega Ilaria. Quando un nuovo ospite arriva, la coordinatrice e l’assistente sociale gli chiedono se ha bisogno di pantaloni, o di una felpa: «Che taglia porti? Una L va bene?». Nessuna attenzione al modello: non è qualcosa che deve piacere, è qualcosa che deve essere utile. Abubacarr chiede se ci siano un paio di scarpe, e proprio quel giorno Paola arriva con un nuovo paio: «Ah, speriamo che gli vadano bene», ma andranno bene anche se dovessero rivelarsi due numeri più grandi o più piccole. Non si va tanto per il sottile, quando rischi di rimanere scalzo.

Antonio indossa una camicia bianca di quelle pesanti, con ancora le pieghe del ferro da stiro, ma consumata così come i pantaloni: ha 84 anni, da qualche tempo dormiva all’interno del suo furgone che usava per vendere la frutta e la verdura al mercato, circondato da cassette di insalata, zucchine e chissà che altro. Un materasso abbandonato sul retro del mezzo: sul parabrezza, la scritta “VEICOLO AVARIATO”. Dopo la segnalazione dei servizi sociali, Paola e Ilaria lo hanno agganciato e portato al dormitorio. Antonio ha una somiglianza incredibile con Carl, il vecchietto del film Pixar Up!, e gira voce che in realtà abbia una casa, ma che gli sia stata occupata abusivamente da alcune persone, favorite dalla sua ex compagna. Fortunatamente, nel giro di poche settimane ad Antonio viene trovata una nuova sistemazione, in un bed and breakfast dove vengono ospitate persone senza casa; si scopre anche che in realtà la casa, lui, l’ha regolarmente venduta, e che – nonostante un lungo trascorso in polizia – in passato gestiva un giro di prostituzione.
La vicenda di Antonio è un esempio lampante di ciò che Paola ci ha detto durante uno dei nostri colloqui: «Bisogna vedere quanto c’è di vero in ciò che raccontano: molte cose corrispondono alla realtà, altre sono distorte, altre ancora totalmente inventate». Durante le nostre visite sentiamo storie di ogni tipo: vicende umane caratterizzate da violenza, degrado, dolore, paura; ma anche da empatia, aiuto e speranza in un futuro migliore. Lamine ce lo ha fatto capire il primo giorno con estrema semplicità: quando, forse ingenuamente, ci siamo detti colpiti dal suo lavoro e dalla realtà del dormitorio, l’operatore si è stretto nelle spalle, e con il suo sorriso timido ha risposto: «Ognuno ha la sua storia». Il rischio concreto è quello di assuefarsi a questo tipo di storie: con una certa dose di amarezza, noi stessi ci siamo resi conto – giorno dopo giorno, visita dopo visita – di esserci abituati a questo contesto; una presa di coscienza dolorosa, un rischio inaccettabile che, forse, può essere evitato con un’insana, necessaria e incessabile voglia di continuare a raccontare.
Ci congediamo con la promessa, da parte nostra, di tornare il prima possibile a trovarli. Uscendo, vedo con la coda dell’occhio una delle Polaroid scattate agli ospiti; oltre che un modo per rompere il ghiaccio e per ringraziarli del tempo che ci hanno dedicato, anche una maniera simbolica per dire loro: “Eccovi: vi vediamo”. Forse è poco, forse è quasi niente: di certo questo non li aiuta a trovare un lavoro o una casa, non dà loro da mangiare tre volte al giorno; ma forse, quando ti senti invisibile, avere anche un paio d’occhi che non ti ignorino fa tutta la differenza del mondo. Oppure no?
«Eccovi:
vi vediamo.»
Forse è poco. Ma quando ti senti invisibile,
un paio d’occhi che non ti ignorano fa tutta la differenza del mondo.

