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Intervista - Don Vinicio: il sociale non è un diritto acquisito

Questa settimana abbiamo intervistato don Vinicio Albanesi, guida della comunità Capodarco e voce tra le più ascoltate del terzo settore italiano. Il suo intervento all’indomani del voto ha suscitato reazioni e commenti tra gli addetti ai lavori. Il suo quadro, a tinte particolarmente fosche, sul futuro del welfare nostrano ha lanciato un segnale molto forte che ha chiamato in causa tutti gli attori delle politiche sociali, cooperazione compresa.

D: Aziende sociali ed esercito della salvezza: possibile che ci siano solo queste soluzioni nello scenario italiano?
R: Voglio precisare: io per aziende sociali mercenarie intendo quelle che, nel rapporto con l’ente pubblico, stabiliscono relazioni senza interferire né sui servizi né sulla loro qualità. In pratica la mia osservazione era rivolta a coloro che si riducono a meri prestatori d’opera spesso al costo minore possibile, per venire incontro alle possibilità (sempre più limitate) degli enti.

D: Le aziende sociali: noi, le cooperative sociali, non ci sentiamo solo attori economici. Lei ritiene che non ci sia niente da salvare nel nostro settore?
R: Voi non siete solo operatori economici, ma spesso venite ridotti in tale stato. Quando non si ha la possibilità di trattare i contenuti dell’appalto, ma ci si trova di fronte a capitolati che pongono delle condizioni per cui solo il ribasso assicura il successo, le strade sono due: o si sta al gioco o, molto probabilmente, si perde l’appalto stesso.

D: E′ una logica che si può combattere o va totalmente ripensato il sistema del welfare?
R: Credo che vada rivisto il sistema. E’ una questione di scelte: se si vuole una cena a base di pesce bisogna spendere 50-60 euro; se si hanno a disposizione 15 euro più di una pizza non la si può ottenere. Posso spuntare un risparmio di qualche euro se giro più di un ristorante ma la sostanza non cambia. Tornando a noi: se io, prestatore di opera, non posso contrattare cosa offrire ma mi viene imposto da chi stabilisce il prezzo il risultato è che chi usufruisce del servizio stesso non avrà più voce in capitolo, non avrà più capacità di far valere i suoi diritti.

D: Chi sono i cittadini a pieno titolo?
R: Sono quelli che hanno tutte le sicurezze, quelli che non devono chiedere niente perché hanno le risorse per decidere dove tenere, per esempio, il papà anziano tra la struttura pubblica e quella privata. Sono inoltre quelli che non sono malati o che non sono soli perché, in questo caso, se sei solo la stessa malattia influirà in maniera differente sulla tua capacità di affrontarla.

D: Quanti sono nel nostro paese?
R: A pieno titolo dovrebbero essere poco più di un milione a fronte di una popolazione di circa 10 milioni di poveri. Il resto spera ardentemente di far parte del milione ma arranca molto.

D: Riuscirà l’amministrazione pubblica ad offrire risorse per il sociale, per scongiurare il ricorso a quello che lei definisce ‘l’esercito della salvezza’?
R: Ho i miei dubbi; le prime cose che verranno tagliate saranno i servizi alla persona. Il welfare tenderà a divenire opzionale nel senso che se ci saranno le risorse verranno erogati i servizi, altrimenti se ne farà a meno. Il sociale, a differenza dell’istruzione e della sanità, non è un diritto acquisito ma dipende ancora molto da fattori come la sensibilità personale dei soggetti e dalla cultura territoriale. Ciò produce territori dove si fa molto e territori completamente desertici: in alcune regioni ci sono supplementi per le badanti in altre l’assistenza all’anziano è a carico della famiglia con tutto ciò che ne consegue. Questo è un percorso che negli ultimi anni ha fatto registrare passi indietro.

D: Esiste un modello di welfare al quale lei guarda con interesse e che potrebbe essere esportabile anche nel nostro paese?
R: Il modello svizzero, per esempio, che prevede l’accantonamento di quote di denaro dalla busta paga per avere copertura, in età avanzata, nel caso di insorgenza di malattie come l’Alzheimer. In Italia si può accedere all’assistenza sanitaria pubblica che costa tantissimo e che dopo tre giorni manda il vecchietto a casa parcheggiandolo di fatto.

D: Volontariato ed impresa sociale, che nel nostro paese hanno spesso camminato l’uno accanto all’altro, sono destinati a scindere sempre più le loro strade o rimane aperta una possibilità di dialogo?
R: Bisogna distinguere: in realtà solo inizialmente il volontariato si è occupato di sociale per poi spostarsi in ambiti come la politica, la cultura o l’attività sportiva. Anche in questi ambiti, però, il fenomeno di trasformazione in impresa è molto praticato. Mentre in precedenza le associazioni facevano giocare i bambini a calcio, per esempio, senza fini di lucro oggi si sono organizzate e chiedono il contributo alle famiglie per il trasporto, per lo stipendio dell’operatore che non è più un volontario ecc. Il volontariato è sempre più residuale: si è diffuso un tecnicismo che non permette più nemmeno di aprire una mensa per poveri se non si soddisfano requisiti e standard elevati. Questo ha prodotto la scomparsa del volontariato come risposta al momento emergenziale ed ha fatto nascere un volontariato di tipo consolatorio e molto marginale nella sua capacità di incidere.

D: Cosa chiede alla classe politica italiana?
R: Chiedo, cosa che non è avvenuta, una lotta alla povertà. Da dieci anni l’Istat ci dice che in Italia ci sono 10 milioni di poveri di cui si conosce nome e cognome ma niente è cambiato. Le mense della Caritas stanno scoppiando.

D: Questo è un periodo di vacche magre: è possibile in un simile contingenza storica far rinascere la filosofia della solidarietà?
R: E’ questo il vero problema e non è riducibile alla mancanza di risorse: quelle se si vuole si possono trovare, basta stabilire le priorità. Bisogna però ripensare il welfare perché l’abbiamo pensato “tecnologico” mentre invece oggi dobbiamo ripensarlo meno “tecnologico” ottimizzando le risorse ed inglobando le risorse residuali di soggetti come, per esempio, le famiglie.

D: Lei lamenta il disinteresse della politica per il terzo settore. Ci sono stati tempi migliori?
R: Si, a cavallo tra gli anni ‘70 e gli anni ’80. Erano gli anni della riforma sanitaria del ’78, di sperimentazioni come l’inserimento scolastico dei disabili e di sostegno alle famiglie in difficoltà. E poi le case popolari per i disabili, l’accompagno e le case di accoglienza per i malati psichiatrici, le politiche di supporto ai carcerati. Rispetto al periodo precedente si è avvertita una attenzione importante al tema della solidarietà venuta gradualmente meno dagli anni ’90 a seguire. E’ una morte lenta: tolgo il servizio gradualmente sino alla sua scomparsa totale.

D: Chi è che fa un uso distorto del concetto di sussidiarietà?
R: Chi confonde la sussidiarietà con l’esternalizzazione dei servizi. Essa dovrebbe produrre armonia ma se viene distorta produce disuguaglianza.

D: Nella sua recente dichiarazione è forte la critica al sistema degli appalti. In pratica lei dice che le cooperative sociali di tipo A non hanno niente a che fare con la solidarietà e con la promozione umana.
R: Dovrebbero avere a che fare con questi temi perché sono servizi che vengono erogati a persone; ciò, però, presuppone motivazione, tranquillità e qualità della risposta da parte del lavoratore. Questo non è un lavoro come quello del benzinaio che ti fa il pieno e verso il quale non si è tenuti a stabilire una relazione. L’essere professionale presuppone, comunque, un tipo di rapporto che passi attraverso il rispetto, la comprensione, la presa in carico.

D: La vicenda giudiziaria relativa al Recup, quasi due anni fa, la portò a precisare che la Comunità Capodarco non ha niente a che vedere con la cooperativa omonima. Tutto qui quello che ha da dire?
R: Io dico che quell’appalto fu un errore strategico e non per i suoi contenuti. Una commessa da 50 milioni di euro non andava lasciata ad una cooperativa che, seppur ingranditasi nel tempo, non aveva né il supporto della grande cooperazione né numeri rilevanti. Fu, a mio parere, un errore, ed espressi le mie perplessità ai vertici della cooperativa Capodarco. I quali, però, ancora oggi, non la pensano come me.

Toni Pironi
pironi@consorzioparsifal.it


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